Non sono un SOMARO!

IL TRAMONTO DI UN PREGIUDIZIO.


Su questa faccenda dell’asino don Chisciotte stette un po’ a riflettere , pensando se si ricordava se mai qualche cavaliere errante avesse condotto seco scudiero su cavalcatura asinina, ma di nessuno gli venne in mente; tuttavia risolse che lo portasse pure, con l’idea di fornirlo di più decente cavalcatura se ne avesse avuto occasione, togliendo il cavallo al primo scortese cavaliere che incontrasse” Chissa’ perché girando con i pensieri intorno all’asino mi sia venuto proprio in mente il caso di don Chisciotte e di Sancio Panza,. Avrei potuto trovare frammenti analoghi, sul mio amato somaro, in tanti libri sia di letteratura sia di scienza, perché quel equide orecchiuto eè frequentissimamente considerato “indecente “ e altro ancora (Pensate a Collodi, a Lucignolo e a Pinocchio trasformati in ciuchini) ma per la frase che Miguel de Cervantes ha scritto per presentare la miserrima bestia del misero scudiero mi è sembrata adatta a cominciare questo mio scritto per due differenti ma apparentati motivi. Il primo è che, in fin dei conti, don Chisciotte come cavalcatura non aveva altro che lo scalcinato Ronzinante; il secondo è che maledizione ! per scalcinato che fosse, u n cavallo era sempre un cavallo e percio’ Ronzinante comunque si presentasse, era meglio di un asino (per questioni di specismo, si direbbe oggi): Ma qui sta il punto: si pensa all’asino e subito, come pietra di paragone, ci si rifà al cavallo e cosi povero ciuco precipita nel baratro della scarsa considerazione, diviene strumento per esempi sempre negativi, magari addirittura squallidi. E siccome, più sopra ho nominato libri di scienza, voglio proporvi anche questa osservazione, secondo me illuminante: quando si parla di evoluzione viene sempre in mente, tra gli esempi piu’ belli e piu’ completi “la serie del cavallo”.


Quella teoria di fossili (l’eioippo, il mesoippo, il merychippo. Il plioippo) che modificandosi nel tempo, ci racconta appunto come, evolutivamente, si è andato a formare il cavallo. Tutto giusto e tutto regolare. Ma a ben pensarci, quella serie evolutiva non è in realta’ che porti solo al cavallo, porta all’Equus. Equus inteso come genere e comprenderebbe cioè anche le varie specie di zebre e di asini. Possiamo allora chiederci perché è sempre impossibile trovare a chiudere la serie l’immagine di un asino oppure di una zebra. Nessuno mai che abbia detto, riferendosi a quella precisissima serie, l’evoluzione dell’asino o della zebra. Sempre e solo del cavallo. Come mai? La spiegazione a parer mio, sta nella mente umana, è una scelta inconscia determinata verosimilmente da un fattore gerarchico: il cavallo è più “importante” della zebra, è più “nobile dell’asino. Usare il cavallo per dare il nome a quell’ evento rende più nobile e più importante l’evento stesso. Ecco dunque (se ho visto giusto)che anche per l’uomo di scienza vive quest’ assurda un po’ antipatica gerarchia di valori che sprofonda l’asino in posizione infima. Che cosa possiamo fare allora’ Posso cosi’ genericamente affermare che queste gerarchie non hanno senso. Che ogni animale è bello perché possiede in sé la bellezza, la perfezione degli adattamenti. Posso, pero’ fare anche qualcosa di più, e cioè da un lato cercare di capire perché mai lo splendido, amabile somaro sia finito così in basso nella umana considerazione; dall’altro, posso anche raccontare la realta’ vera dell’animale selvaggio, realta’ che ancora sta sepolta dopo tanti anni di vita grama, in schiavitu’, nell’asino domestico. E proprio questo faro’. Comincio dunque “cercando di capire “ e per fare cio’ credo sia utile tornare alle origini, riandando all’antico antenato che , in Nord Africa, In Egitto , fors’anche in Nubia) venne addomesticato tra 6.000-7.000 anni fa’. Scopriamo cosi’ che l’asino è un animale quasi deserticolo, che sa con incredibile disinvoltura gettarsi giù per i pendii scoscesi senza mai farsi mal3e, inoltre sappiamo che gli bastano, per nutrimento, cespugli irti di spine, poca erba coriacea, rade acacie. E sopporta a lungo il digiuno e la sete e non soffre né il gran caldo né il gelo.

 

L’adattamento a quell’ambiente difficile ha insomma costruito una stupenda macchina economia e resistente. E proprio qui sta il guaio, perché di queste “qualita’ l’uomo ben presto si accorse , e l’asino da sempre fu animale da sfruttare per ogni durissimo lavoro. Penso a lui che ha conquistato il mondo, come ad un robustissimo motore adatto per mille usi, per trasportare pesi e persone, per muovere le mole dei molini, le ruote per cavale l’acqua, i carrelli delle miniere. Un produttore di energia a buon mercato, aiuto dell’ambulante, del contadino, della gente più misera, perchè tutti potevano, e possono, permetterselo. Ma purtroppo, la modestia, la resistenza alla fatica, la frugalità non sono mai state caratteristiche degne di grande ammirazione. Così l’asino è stato, salve rare eccezioni, concepito come uno schiavo. Forse per questo è nata la convinzione che quasi le bastonate gli sono dovute e , al proposito, mi viene da pensare a l’Asino, un mensile satirico e anticlericale divenuto famosissimo, che nacque a Roma verso la fine dell’Ottocento. Il suo fondatore , Guido Podrecca, aveva coniato uno slogan che cosi’ stabiliva:-“ il popolo è come l’asino, sempre bastonato, sempre contento.” Frase su cui meditare per quanto concerne sia il popolo (ma qui non lo faro’ non è mio compito) sia il nostro animale che, non c’è dubbio mai s’è divertito dei tanti maltrattamenti che l’uomo ha pensato di potergli infliggere.

 


E’ proprio pensando a questi ultimi che passo a svolgere la seconda parte del mio compito che mi sono assegnato e cioè la conoscenza di che cos’è l’asino quando, allo stato libero, puo’ manifestare la sua vera natura. Questo innanzitutto mi viene in mente: l’asino è un animale sociale che si organizza in gruppi, che per sua natura richiede un rapporto continuativo con i suoi simili. Ecco già quii una piccola (o forse non tanto piccola) crudeltà: l’asino domestico assai frequentemente è costretto nella stalla o fra le stanghe di un carro, a passare la sua vita in solitudine, a non potersi esprimere, comunicare e ricevere messaggi, e noi sappiamo che per gli animali sociale la deprivazione dei contatti con i cosperfici fa male. E’ ben nota una patologia da isolamento sociale. Ma tanto l’asino per definizione e per sua sfortuna, sopporta tutto, quale risulta pero’ essere alla fine , la qualità della sua vita?


Sulla socialità dell’asino si conoscono alcuni studi interessanti e voglio ricordare che Patricia Moehlman , divenuta in seguito nota per le sue ricerche sugli sciacalli, proprio su questo equide preparo’ la sua tesi di laurea. Ma forse ancora più approfondite sono le indagini che da anni si stanno svolgendo all’Istituto di Zoologia dell’Università di Berna, in Svizzera, sotto la giuda del professor Beat Tschanz, aventi come oggetto il comportamento di due gruppi di asini rinselvatichiti, l’uno vivente sul territorio della stazione etologia dell’università, l’altro in Camargue, e di una popolazione di asini selvatici somali, oggetto di una tesi di dottorato da parte di Reinhard Schnidrig, sempre di Berna. Come dicevo, gli asini, sia esso selvatici, inselvatichiti o anche semplicemente, lasciati liberi e messi nella possibilità di esprimere cosi’ il loro comportamento naturale, vivono in gruppi. A tenerli uniti sono rapporti di parentela, di conoscenza, anche di amicizia ed è frequente che i gruppi, su peste basi, siano suddivisi in altri sottogruppi. E’facile percio’ rendersi conto di quale complesso sistema di comportamenti di coesione, quale intrigo di segnali, visivi, tattili, acustici, chimici essi abbiamo evoluto per mantenere i diversi livelli di interazione sociale e quali siano le capacità non solo di riconoscimento individuale, ma anche su questa base di instaurare rapporti personalizzati. L’aspetto forse più interessante , e anche più nuovo, che differenza il comportamento asinino da quello dei cavalli (che poi sono sempre il principale punto di riferimento comparativo) riguarda la competizione maschile per la riproduzione.

 

 

Ricorderò così che i cavalli basano la loro sessualità su un sistema poligamo, più esattamente poliginico, e cioè su mandrie composte da uno stallone e da un certo numero di giumente cui si aggiungono, ovviamente , gli immaturi e i puledri.
Quando i maschi divengono adulti hanno luogo spettacolari competizioni e solo un maschio rimane con le femmine, gli altri vengono espulsi, vivendo al margine. Ben più “democratica” è la situazione nella società degli asini, perché spesso i maschi adulti hanno accesso alle femmine, ma soprattutto più plastica, più variabile a seconda delle condizioni ambientali. Cosi’ succede che se , per esempio, nell’ambiente esistono punti d’incontro obbligatori, come potrebbe essere un’ unica fonte di abbeveramento , i maschi instaurano, intorno ad essa , una situazione tipicamente territoriale, una difesa, u n non abbandono del luogo favorevole agli incontri, se invece è scarsa la prevedibilità dell’incontro tra i sessi, allora le strategie di ricerca sono assai diverse e per buona parte basate su esperienze individuali o del gruppo. Resta comunque un fatto, e cioè che il sistema riproduttivo degli asini non è cosi’ strettamente determinato da basi genetiche come quello di altri equidi e che spesso non p solo un maschio a passare tutta l’informazione genetica alla nuova generazione che si produce all’interno della mandria.


Ho raccontato cosi’ qualche aspetto saliente della etologia asinina, qualche differenza con il meglio noto cavallo. Mi pare importante prendere coscienza della esistenza dei raffinati costumi delle esigenze comportamentali di questa specie. Importante anche , perché non ha senso, non è giusto, che l’asino viva una vita grama basata soprattutto sulla nostra ignoranza, sui nostri pregiudizi. E cosi’ mi viene in mente una frasi assai acuta, che ho letto qualche anno fa’ su un bel libro di Peter e Jean Medewar che è “da Aristotele a zoo” Arnoldo Mondatori Editore “la proverbiale cocciutaggine degli asini e muli, non va attribuita a niente di più profondo del loro suo da parte di persone abitualmente insensibili agli animali ed indifferenti al loro benessere.” È una frase che la dice lunga. Ben raramente, infatti, l’uomo si è domandato se non c’era qualche modo più intelligente, oltre che a pigliarlo a bastonate, per comunicare con questo, anche percio’ simpatico animale. Cosi’ sono ritornato a pensare ai domestici, e del resto è logico, visto che è soprattutto con questi che abbiamo abitudinariamente a che fare, visto che sono questi che attualmente possono darci qualche motivo di preoccupazione. Mi spiego. La vita moderna non è fatta per gli asini. Il loro ruolo di piccolo motore dai mille usi va scomparendo e cosi’ nelle zone più civilizzate va scomparendo anche l0animale che questo ruolo per tanto tempo ha interpretato, Nella storia degli ultimi millenni si sono andate evolvendo, per l’isolamento tra le comunità umane e anche per differenti esigenze, tante razze asinine, che rappresentano ciascuna, un unicum che, una volta estinto, non è più recuperabile. Un valore, pertanto e non solo per l’identità genetica che ogni razza rappresenta ma anche per tutto cio’ che di storico e di culturale (storia e cultura di poveri uomini, contadini, operai) rimane legato a questa bestia rude e paziente.


Prendiamo il caso dell’Italia. Penso all’asino morello o baio scuro di Pantelleria, pressoché estinto, al grigio asino dell’Amiata, ai piccolissimi della Sardegna, di colore sorcino con la scura croce dorsale e dell’Asinara, albini e con sconcertanti occhi azzurri. Penso agli asinini forzuti e neri del Ragusano e di Martina Franca . e pensare che ebbero, questi ultimi, grandissima fortuna. Erano perfino esportati in gran numero. Secondo un censimento del 1907, nella sola Puglia c’erano ben 128.026 asini di Martina Franca. Ora sono poche decine. Vogliamo proprio che di queste razze , fra qualche decennio non ci sia più traccia alcuna?


Occorre dire che fortunatamente qualcuno comincia ad accorgersi che le antiche razze domestiche (animali e vegetali) qualcosa rappresentano. Che sarebbe un male se, dopo tanto biologico lavoro di adattamento, tanta storia di civiltà contadina, niente rimanesse, e cosi’ alcuni enti e alcuni privati han ricominciato a raccogliere i nuclei superstiti, ad allevare con attenzione. Insomma il mondo cambia e cambia il nostro modo di stare al mondo, non potrebbe cambiare anche per l’asino (migliorando tra l’altro la qualità della sua vita) invece che, brutalmente esser costretto a scomparire?

 

Tratto da AIRONE nr. 120 - aprile 1991 testo di Danilo Mainardi